esistevamo io e lei. Una sventura ci tenne insieme, allacciate. Pensavamo in due, parlavamo a turno. Prendere le redini, frase dell’anno. Sentita in TV, letta sui libri, come piangi bene, come ridi bene, sembra uno spettacolo, sembra tutto finto. Mai separate, se la carne non avesse spirito non parleremmo di dio, così anche adesso, forse divise, siamo intrecciate e sono i suoni e gli odori a dividerci, poco davvero.
Ottobre 2, 2007
voce
da velo pendulo sale fino al palato duro, il sibilo che ti dirà qualsiasi cosa, mettiamo ti dica addio, e sarà tragedia, mettiamo tu mi batta, sarà speranza, mettiamo che dica a presto e sarà dolcezza, mettiamo che tu sia calce mi diranno pazza. Sbatte su corde sottili, veloce come rantolo, segna come gemito, e nell’articolazione c’è tutto quel che di buono feci, tutto quel che rimase impresso in immagini su nella corteccia, membrane sottili come Eva quando Dio ne prese i capelli tra le infinite dita diede un margine al bello e un senso al sublime che dio ti benedica che tenga in conto il canto che rimase che o già dimenticato che per esistere ha da essere rinnovato.
scatola
nera, contiene la morte, dicono. Rettangolare e fredda, lamiera piegata a caldo, dipinta come ferro smaltato d’una volta in piccole uova di quaglia grigie, puntini di merda piccolissimi, pennellate sporche, una foto sbiadita del rurale che abbandonammo insieme, uniti, mani nelle mani, verso il mercato, il colore, la saggezza persa in un bicchiere d’acqua dal sapore amaro, il fiato caldo sul collo, piedi che corrono e poi solo scarpe su questa riva, spiaggiate come sirene, del canto non ricordo che l’Ulisse, perso e mai ritrovato. Il tabacco legnoso, tratta lunga dal pseudo regno, tratta breve ai polmoni, scatola nera dei ricordi, tienila per me, adesso.